La democrazia è “un bordello”

In una delle tante conversazioni che abbiamo avuto in questi mesi con scrittori, commentatori, politici, Olivier Guez, romanziere e sceneggiatore, ci ha detto che “la democrazia pura”, quella che siamo riusciti a creare oggi, il nostro tesoro prezioso, “è un bordello inimmaginabile”. Ha visto che in Germania ci sono 41 capilista e si è messo a ridere, “la verità non esiste più, non esiste più nemmeno la memoria, tutto il mondo si può esprimere, se tu metti insieme questi tre fattori e pensi che esistono anche dei manipolatori esterni che deformano la verità e la storia, capisci come siamo arrivati a questo gigantesco bordello che è la democrazia orizzontale oggi”, uno vale uno. I manipolatori stanno storpiando ogni cosa, e la democrazia che difendiamo è la loro massima legittimazione. Che bordello: è come l’Ungheria seduta sui soldi europei che dice che l’Ue è tanto simile all’Unione sovietica; è come il Brexit Party di Nigel Farage, l’europarlamentare contro l’Europarlamento che dice che tanti soldi e tanto facilmente come a Strasburgo è difficile guadagnarli. E’ come la cotoletta, che bordello inimmaginabile, acuito dal racconto prevalente di questa nostra stagione: un racconto color nero, color rabbia, che come scrive la filosofa Martha Nussbaum nel suo saggio “The Monarchy of Fear”, è la figlia prediletta della paura. E la paura “rende ogni cosa amorfa – scrive David Brooks, editorialista del New York Times – Prendete l’immigrazione: è un fenomeno che ha vantaggi e svantaggi concreti. Ma per chi ha paura l’immigrazione, ma anche la globalizzazione, la Silicon Valley, Wall Street o l’automazione sono senza forma, forze insidiose fuori controllo, e la reazione inevitabile è esagerata”.
Cotolette, elezioni anticipate, coalizioni ingestibili, bordelli inimmaginabili, manipolatori, reazioni esagerate: dev’essere per questo che i sovranisti andranno bene a queste elezioni. Bene nel senso che rispetto al passato c’è una progressione, bene perché sono riusciti a imporre le loro (opportunistiche) priorità, bene perché se guardate le copertine dei magazine – la narrazione pubblica – troverete quasi esclusivamente facce sovraniste. Bene per loro insomma, ma l’Ue resta a maggioranza europeista, anche se il blues elettorale ogni tanto ce lo fa dimenticare: “Questo ultimo decennio vissuto pericolosamente – scrive l’Economist – sembra aver ridisegnato la politica europea in una cosa un po’ più coesa, se non addirittura coerente”. L’espansione, che è stata la grande forza d’attrazione del progetto europeo, ha lasciato il posto alla protezione – “l’Europa che protegge”, quante volte ci è capitato di sentirlo? Ma questa protezione può svilupparsi in modi differenti, che hanno a che fare con il tempo. Il tempo che non c’è, il tempo che resta, prima della distruzione o della rinascita. Chi vuole cambiare tutto e subito e chi vuole applicare il metodo tipicamente europeo, quello incrementale.
Nel business del “cambiamo tutto e subito” Matteo Salvini è l’imprenditore di successo: leader della Lega, ministro dell’Interno, vicepremier e federatore del nazionalismo europeo, è riuscito a costruire un’alleanza elettorale che ha prodotto sabato a Piazza Duomo a Milano un carnevale nazionalista costretto a dire “prima l’Italia!” in omaggio al padrone di casa. Salvini dice che le elezioni europee sono un referendum tra “passato e futuro” e così completa la ruberia delle parole degli europeisti: si è preso il “buon senso”, si è preso il “cambiamento”, si prende anche il “futuro”. Quello che i sovranisti hanno capito è che presentandosi uniti sono più forti, per le divergenze si può attendere. Come scrive la politologa spagnola Astrid Barrio su El Periodico, è un terribile paradosso (blues!) che siano gli euroscettici a condurre una campagna elettorale unitaria su scala europea, anche se contro l’Europa, mentre gli europeisti si mostrano separati, incastrati tra le pieghe delle differenze e delle sfumature, e inciampano nelle dinamiche nazionali. Gli europeisti in questa campagna elettorale hanno spesso ignorato la dimensione europea: gli euroscettici la cavalcano.
Secondo le proiezioni (del Financial Times e di Politico Europe), i sovranisti potrebbero arrivare a 71-75 seggi, grazie soprattutto al buon risultato della Lega. Sulla tenuta di questa alleanza si è detto molto: il collante ideologico c’è ed è forte, ma poi la politica e soprattutto il governo sono pratica, decisioni da prendere, obiettivi da rispettare. Anche le amicizie sono un problema, soprattutto quelle internazionali, soprattutto quelle con Mosca. La Lega vanta ottimi rapporti con Russia Unita, le campagne elettorali di Marine Le Pen sono state finanziate in parte da banche russe e anche l’AfD tedesco ha con il Cremlino legami politici e finanziari (questioni di jet privati inclusi). Poi c’è l’Fpö che sabato a Milano ha dovuto mandare l’eurodeputato Georg Mayer perché il resto del partito era incastrato a Vienna, dopo la pubblicazione del video in cui il leader Heinz-Christian Strache, in una serata a Ibiza in compagnia di molte birre e della presunta nipote (!) di un oligarca, diceva di essere disponibile ad accettare soldi russi in cambio di favori. Strache si è dimesso, la coalizione austriaca è collassata e i legami con Mosca rimangono a creare spaccature anche in terreno salviniano. Gli estoni dell’Ekre sono antirussi, per dire. I legami con il Cremlino fanno scricchiolare questa alleanza rumorosa e dispettosa. Se poi si scava anche nell’ideologia, si trovano le divergenze e gli attriti: i conti dell’Italia, ad esempio, nessuno li vuole pagare, così come nessuno è disposto a prendere i migranti che arrivano in Italia. Né Marine Le Pen, madrina di quest’alleanza, né Jörg Meuthen, il rappresentante di Alternative für Deutschland in Piazza Duomo. L’AfD è nato in Germania proprio per promuovere, oltre alla lotta all’immigrazione, l’intransigenza verso quei paesi che non si impegnano a ridurre il debito, pesando anche sui conti tedeschi. E sì, ce l’hanno sempre avuta anche con l’Italia. “Sono pazzi questi romani!”, aveva scritto su Twitter Alice Weidel quando il governo italiano aveva presentato la manovra. “Perché dobbiamo pagare noi? Come può passare il concetto che cinquecentomila italiani andranno in pensione, ma che ci saranno anche un reddito di cittadinanza e una flat tax?” – e sì, ce l’aveva con la Lega. Questa unione si regge su un insieme di istinti e di rivendicazioni compressi dentro a una scatola che è l’Alleanza dei popoli e delle libertà.
A Milano i partiti erano undici, ognuno con il proprio sovranismo. C’era anche l’olandese Geert Wilders, fondatore di Partito per la Libertà e promotore della Nexit, l’uscita dei Paesi Bassi dall’Unione europea. A proposito: questa Alleanza è piena di exit saltate: teniamocela stretta questa Europa, pensano ora i sovranisti, che anzi hanno talmente invertito la rotta che ora vogliono giocare un ruolo centrale nell’Ue – per colpirla meglio, naturalmente. L’idea è il caos e bisogna guardare oltre i numeri, una disarmonia prestabilita, creata soltanto per una battaglia senza contenuti contro Bruxelles. “Si prenderanno a calci – ci ha detto Ágnes Heller, la filosofa ungherese che con i suoi novant’anni non ha ancora rinunciato a combattere contro i populismi – Per ora hanno due nemici in comune, l’Unione europea e la democrazia liberale, rimarranno uniti fino a quando dovranno combattere contro il nemico”.
Il bordello inimmaginabile, i calci: la storia europea è diventata un romanzo in cui quel che ti salva potrebbe anche ucciderti. E’ un attimo, è il tempo, forse anche la chimica. Si dice di Salvini e della Le Pen che non vadano granché d’accordo, che la madrina non abbia dato al leader della Lega il compito di cercare alleati, è lui che se lo è preso. E le ha rubato lo scettro della cecchina d’Europa, il nome che ormai fa paura è Salvini e non Le Pen, benché lei venga da una dinastia ben più antica e molto più chiacchierata. Al di là delle maldicenze la Lega e il Rassemblement national sono a pochi passi di distanza e, secondo le proiezioni, dei 71 posti dell’Alleanza, 25 andranno agli italiani e 22 ai francesi. Gli altri partiti si perdono, sono nomi di formazioni a cui si fatica a dare un volto. Sono il riempimento, l’accessorio, seggi qua e là per occupare l’ala destra del Parlamento europeo. A Geert Wilders andranno cinque seggi, poi ci sono gli altri: i bulgari di Volya, gli slovacchi di Sme Rodina, il partito estone Ekre (quello antirusso che ha intrappolato persino la sgamata Le Pen nel gesto suprematista dell’“ok”), i belgi di Vlaams Belang, il Partito popolare danese, i cechi di Libertà e democrazia diretta – guidati da Tomio Okamura, nato a Tokyo da madre ceca e padre giapponese ma pronto a battersi per una Repubblica ceca boema – e infine i Veri finlandesi. Una forza informe, impegnata alla rinfusa a promuovere un’idea di Europa del nonsenso. Così è stato a Milano, dove ognuno aveva la propria bandiera sotto la quale vorrebbe riformare l’Europa, tutto un parlare contro e mai un parlare per. Il gruppo è cresciuto in fretta e secondo Ágnes Heller a loro va un merito importante, anzi una furberia: hanno saputo intercettare dove andava, cosa diventava, la società. Il cambiamento, parola abusata e maltrattata nelle ultime campagne elettorali, dei linguaggi, delle norme e delle pance, loro lo hanno rincorso. Ma per andare dove?